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Super El Niño

Il 21 agosto 2026 il climatologo James Hansen, insieme a Pushker Kharecha, Dylan Morgan e Jasen Vest, ha pubblicato una nuova analisi sull’attuale evento El Niño e su cosa questo ci dice sull’evoluzione del riscaldamento globale. Questo post ne è un riassunto commentato: per il testo completo (in inglese) si veda il link in fondo.

Anomalia di temperatura superficiale del Pacifico equatoriale durante un episodio di El Niño

Anomalia di temperatura superficiale del Pacifico equatoriale durante un episodio di El Niño — per gentile concessione di Jesse Allen, NASA Earth Observatory

Cos'è El Niño

El Niño è la fase calda di un fenomeno climatico naturale e ricorrente noto come El Niño-Southern Oscillation (ENSO), che coinvolge l'oceano Pacifico tropicale. In condizioni normali i venti alisei spingono le acque calde superficiali verso il Pacifico occidentale, lasciando affiorare acque più fredde lungo le coste sudamericane. Durante un episodio di El Niño questi venti si indeboliscono, le acque calde si spostano verso est e la temperatura superficiale del Pacifico centrale e orientale sale sopra la media. Questo squilibrio, pur essendo un fenomeno oceanico localizzato, altera la circolazione atmosferica su scala planetaria, con effetti su precipitazioni e temperature in molte regioni del mondo, anche molto lontane dal Pacifico. Gli episodi di El Niño si alternano, in modo irregolare ogni due-sette anni, alla fase opposta e più fredda, chiamata La Niña. Un episodio intenso può, come in questo caso, amplificare temporaneamente la temperatura media globale, sommandosi al riscaldamento di fondo dovuto alle attività umane.

Un El Niño da record

L’El Niño attualmente in corso è, secondo gli autori, il più intenso mai registrato nell’epoca delle misurazioni moderne. Per sostenerlo utilizzano due indicatori distinti. Il primo, che ritengono il più affidabile dei due, è l’anomalia di calore accumulata nei primi 300 metri dell’oceano Pacifico equatoriale: questo valore ha già superato quello osservato durante il “super” El Niño del 1997-98. Il secondo, più comunemente usato in letteratura e nei media, è l’indice di temperatura superficiale Niño3.4, che ha ampiamente superato i valori record precedenti.

I due indicatori misurano fenomeni complementari: il calore accumulato nei primi 300 metri riflette quanto calore l’oceano sta rilasciando verso l’atmosfera, mentre la temperatura superficiale dipende anche dal meccanismo di retroazione di Bjerknes, che amplifica gli scarti di temperatura tra le acque superficiali dell’oceano Pacifico orientale e occidentale. Per questo gli autori ritengono utile guardare a entrambi.

Un dettaglio interessante riguarda invece l’El Niño del 2023-24, che era solo di intensità moderata secondo gli stessi indicatori, eppure ha comunque contribuito a un’impennata eccezionale delle temperature globali. Il confronto tra i due eventi è uno degli argomenti usati dagli autori per introdurre il tema centrale dell’articolo.

Il problema più grande: l’accelerazione del riscaldamento globale

Il messaggio centrale dell’analisi riguarda infatti qualcosa di più strutturale dell’El Niño in sé: l’attuale accelerazione del riscaldamento globale è, secondo gli autori, un fatto ormai consolidato, e la sua causa è nota. Nell’articolo si sostiene che sia la sensibilità climatica sia il forzante radiativo netto di origine umana (comprensivo cioè anche dell’effetto degli aerosol) siano superiori alla migliore stima attualmente fornita dall’IPCC. Per le cifre esatte, gli autori rimandano a una loro precedente comunicazione del 20 marzo 2026.

Sensibilità climatica e forzante: le cifre

Le cifre esatte a cui l'articolo rimanda si trovano in una comunicazione precedente degli stessi autori, Super El Niño? Super Warming is the Main Issue (20 marzo 2026). Vi si indica la sensibilità climatica in un intervallo di 4-5°C per ogni raddoppio della CO2 atmosferica — contro la stima storica dell'IPCC di 3°C, che gli autori ritengono ormai da escludere con una confidenza superiore al 99%. Per quanto riguarda il forzante radiativo netto, la stessa comunicazione stima un valore di circa 0,3 W/m² per decade nel periodo 1970-2005, salito a circa 0,6 W/m² per decade a partire dal 2015 circa: secondo gli autori l'IPCC avrebbe sottostimato l'effetto di raffreddamento degli aerosol nel primo periodo, che si sarebbe poi attenuato nel secondo mano a mano che le emissioni di aerosol sono diminuite (ad esempio grazie alle normative sulla qualità dell'aria), lasciando emergere più chiaramente l'effetto netto di riscaldamento dei gas serra.

A supporto di questa tesi viene citato lo squilibrio energetico della Terra (Earth’s energy imbalance, la differenza tra l’energia solare assorbita dal pianeta e quella da esso irradiata nello spazio): secondo gli autori questo valore è ormai raddoppiato rispetto al passato e non mostra segni di diminuzione. Poiché questo squilibrio è la causa diretta dell’accumulo di calore nel sistema climatico, gli autori ne deducono che l’accelerazione del riscaldamento continuerà, quantomeno nel prossimo futuro, finché lo squilibrio energetico rimarrà a questi livelli.

Per un approfondimento sulla sensibilità climatica e sullo squilibrio energetico terrestre, si veda il post precedente sul Sesto rapporto IPCC.

Temperature in aumento, più veloce sulla terraferma

Un altro dato riportato come misurato, è che le terre emerse si riscaldano ad una velocità doppia rispetto agli oceani. Su queste basi, la temperatura media sulle terre emerse ha raggiunto i +2,4°C rispetto al periodo di riferimento 1880-1920 durante il biennio dell’El Niño 2023-24. Qui gli autori passano ad una proiezione esplicita: se il ritmo attuale di riscaldamento continuerà, la temperatura sulle terre emerse potrebbe avvicinarsi ai +2,7°C entro il 2027 (quasi +5°F).

Un secondo studio citato nell’analisi (Kong et al.) permette di tradurre questi numeri in termini di impatto umano concreto: al livello di riscaldamento globale attuale, di circa +1,5°C, il 22% delle persone sopra i 60 anni nel mondo è già esposto per almeno un mese all’anno a temperature considerate pericolose per la salute. Lo stesso studio stima inoltre che ogni ulteriore grado Celsius di riscaldamento globale aggiunga, per circa un miliardo di persone nel mondo, un ulteriore mese all’anno di esposizione a un caldo giudicato intollerabile.

Andamento delle temperature globali secondo il dataset HadCRUT5

Andamento delle temperature globali secondo il dataset HadCRUT5

Le popolazioni più esposte

Le persone sopra i 60 anni sono, per ragioni fisiologiche ben documentate, molto più vulnerabili al caldo estremo rispetto alle persone più giovani. Gli autori collegano questo dato a una cifra di cronaca recente: nell’estate 2026 i decessi in eccesso attribuiti al caldo in Europa avrebbero già superato le 25.000 unità, con un numero ancora in crescita al momento della pubblicazione dell’articolo.

Le regioni indicate come più a rischio nel prossimo futuro sono l’Asia meridionale, i paesi del Golfo e l’Africa, con una menzione esplicita di India, Pakistan, Bangladesh, Myanmar e Niger. Il fattore che rende queste regioni particolarmente vulnerabili non è solo l’intensità del caldo previsto, ma la combinazione con un’alta percentuale di popolazione in condizioni di povertà e con scarso accesso a sistemi di raffrescamento. Gli autori distinguono esplicitamente questa situazione da quella di regioni come l’Europa, dove una maggiore diffusione della climatizzazione potrebbe ridurre in futuro il numero di vittime, pur in un contesto di caldo estremo sempre più frequente.

Territori sempre meno adatti alla vita che conosciamo

Un’ultima riflessione dell’articolo riguarda l’abitabilità di alcune aree del pianeta nel lungo periodo. Secondo gli autori, molti luoghi oggi abitati sulla base delle condizioni climatiche del ventesimo secolo rischiano di non essere più adatti alla vita umana nella seconda metà di questo secolo, se il cambiamento climatico proseguirà al ritmo attuale. Vengono citati come esempi l’intensificarsi della siccità nell’area mediterranea e, negli Stati Uniti, la siccità nel sud-ovest del paese, con il livello dei laghi Mead e Powell in costante calo. Anche in questo caso si tratta di una proiezione legata a scenari futuri, anche se relativamente prossimi.

Conclusioni

Gli autori concludono che gli impatti già osservati oggi dovrebbero rappresentare un incentivo perché il mondo affronti finalmente, con serietà, la comprensione e la gestione del cambiamento climatico di origine umana. Pur riconoscendo la gravità della situazione, sostengono che sia ancora possibile modificarne la traiettoria, senza tuttavia entrare in questo articolo nel dettaglio delle politiche necessarie: il tema, promettono, sarà oggetto di future comunicazioni, insieme a una riflessione sulle prospettive che attendono le generazioni più giovani.


Articolo originale (in inglese): Super-Duper El Nino and the Bigger Problem, di James Hansen, Pushker Kharecha, Dylan Morgan e Jasen Vest, 21 agosto 2026.

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